lunedì 15 aprile 2024

Il riciclo dei C&D tra buone pratiche e contraddizioni

L'attività di gestione ambientale in un impianto di produzione di aggregati riciclati pone questioni che si articolano tra concetti tecnici e normativi, spesso con una non facile conciliazione dei due ambiti.

La valenza dell'aggregato riciclato (o End Of Waste - EOW, come si dice oggi) in termini ambientali è indubbia, per contenimento delle emissioni di CO2 dei processi produttivi, riduzione di consumo di matrici ambientali, ottimizzazione delle movimentazioni, recupero di materia, contenimento costi e consumi energetici l'impatto ambientale del sistema è sicuramente positivo, ossia verso il segno della sostenibilità. 

Ciò nonostante le normative ed alcuni pregiudizi, radicati anche nelle PA e negli enti di controllo non ne rendono sempre agevole l'impiego. Basti pensare al fatto che vi sono richieste di parere per l'uso di EOW in luogo di materie vergini, come se questi alla fine fine fossero sempre segnati da una sorta di marchio di Caino, anziché di recupero. Se è pur vero che nel mare magnum dei produttori di aggregati riciclati non mancano i furbastri, lo è altrettanto il fatto che riconoscere gli operatori seri non è così difficile, sistemi di gestione tracciati e puntuali sono ormai molto diffusi e la professionalità nel settore estremamente elevata.

Un caso particolare di conflitto tra gestione e normative si genera proprio al momento della produzione dell'EOW  di riciclato ai sensi del DM 152/22, per i rifiuti da Costruzione e Demolizione (C&D), ma vale anche per il granulato di conglomerato bituminoso (DM 69/18). Un impianto ben gestito si organizza per caratterizzare tutti i flussi che sottoporrà a trattamento - lo chiede la norma oltre che la buona pratica - questo permette di intercettare i flussi non conformi che sfuggissero al controllo visivo e di ridurre al minimo i rischi di produrre lotti fuori specifica. E' pur vero però che il test di cessione di cui al vetusto allegato 3 del DM 5 febbraio '98, qualche dispiacere lo regala sempre, per cui qualche non conformità, specie sui grandi numeri è statisticamente verificabile, per questo a questi impianti servono spazi per stoccare e poter mettere in area dedicata i materiali non conformi, quelli in attesa di certificazione e così via. 

Questo significa che l'aggregato riciclato, fresco di produzione, finché non ottiene gli esiti dei controlli analitici cui va sottoposto per la certificazione è formalmente considerato ancora un rifiuto, sebbene più dal punto di vista documentale che sostanziale e, quindi, in questo lasso di tempo che può durare almeno un apio di settimane, deve essere depositato in area debitamente autorizzata e con determinati crismi tecnici. Solo ottenuta la certificazione, sarà un prodotto, libero dai limiti della norma sui rifiuti e depositabile come materia e soprattutto commercializzabile.

E' vero anche che la normativa impone all'impianto di trattamento rifiuti di registrare i propri movimenti sul registro di carico e scarico entro 2 gg dalla loro effettuazione. Il che vuol dire che l'impianto segnerà l'operazione di recupero e "l'uscita" dal registro rifiuti dell'aggregato al massimo 48h la sua produzione. E' un po' come avere il certificato di nascita quando tua madre è ancora in travaglio.

Nel caso in cui la certificazione analitica non andasse a buon fine, l'impianto si riprenderebbe in carico il materiale, rifiuto (diciamo col CER 19 12 09???) per poi o riprocessarlo o allontanarlo. 

La fase di gestione in attesa di certificazione analitica genera non poche problematiche di logistica agli impianti, richiede spesso più movimentazioni (dall'area di produzione a quella di attesa certificazione per poi essere depositato in quella "libera" per gli EOW), con aggravi di impatti e consumi ed espone a sanzioni  quando lo spazio, dovuto al fatto che le uscite degli EOW dipendono molto dalle condizioni esterne (il fatto che non se ne faccia ancora adeguato uso in edilizia, spesso, genera accumuli durante varie fasi dell'anno - e nel contempo si chiede ai trattatori di gestire i flussi di C&D che si originano nei territori). 

A mio avviso questa fase meriterebbe una "semplificazione", pur mantenendo tutte le necessità di riconoscibilità del lotto o di tracciabilità il deposito degli EOW in attesa di certificazione, magari con segnaletica ah hoc andrebbe permessa anche aree non specificatamente autorizzate per lo stoccaggio rifiuti, pur con opportune precauzioni magari (es. teloni), e soprattutto si dovrebbe rivedere il regime sanzionatorio per questi casi, fatte salve le condotte evidentemente fraudolente.

domenica 7 maggio 2023

La Laguna di Venezia tra MOSE e futuro

E' stata presentata qualche mese orsono la sintesi dei risultati del quadriennio '18-'22 delle ricerche condotte nell'ambito del progetto "VENEZIA 2021" sulla situazione della Laguna di Venezia in particolare, ma non solo, in relazione all'entrata in funzione del sistema MOSE, per la difesa di Venezia dalle "acque alte".  Capofila del progetto è il Consorzio interuniversitario CORILA e tra i soggetti coinvolti vi sono l'OGS, Ca' Foscari, UNIPD, il CNR. La presentazione dei risultati non è stata senza ripercussioni, poiché per alcuni, tra cui è spiccata la voce del prof. D'Alpaos, il quadro emerso sarebbe troppo lusinghiero, specie circa gli impatti del MOSE, di cui il professore è sempre stato strenuo oppositore. A prescindere da tutto, la reciproca denigrazione nuoce alla credibilità complessiva della comunità tecnico-scientifica che si occupa di Laguna e rischia di portare ad un ulteriore ridimensionamento della rilevanza del contributo scientifico nelle determinazioni che vengono e verranno assunte circa gli interventi in ambito lagunare. 

Orbene, in questa mia sintesi della sintesi, mi vorrei permettere di esprimere dal mio modesto e banale punto di vista alcuni commenti su alcune delle evidenze emerse in questa prima fase di ricerca e alcune considerazioni. Per una lettura completa del documento, rimando al sito CORILA ed al loro canale YOUTUBE per rivedere l'evento di presentazione. 

In questa rapida disamina, mi concentrerò sulle linee di ricerca, a me più congeniali, ovverosia su quelle connesse agli aspetti geomorfodinamici. 

Le interfacce lagunari e gli interscambi bacino scolante - mare, costituiscono uno specifico gruppo di linee di ricerca, che hanno comportato ud un'intensa attività di mappatura dei fondali e della morfologia lagunare. Da ciò è emerso che la bocca di porto di Malamocco non ha subito particolari evoluzioni rispetto al precedente rilievo del 2013, mentre si riscontrano fenomeni di deposizione a quella di Chioggia. Si confermano gli effetti di risedimentazione nei canali lagunari interni dei materiali erosi dalle morfologie lagunari, in particolare per le azioni delle correnti generate dal traffico acqueo nel canale Malamocco-Marghera, che si conferma essere elemento di particolare criticità per l'idrodinamica lagunare. Circa i principali corsi d'acqua tributari della Laguna, ossia Osellino e Dese, si riscontra per il primo accumulo di materiali in alveo nel tratto di foce e alla sua sinistra ed accumulo in alveo peril secondo. In entrambi vi è una forte asimmetria della foce con conseguenti distorsioni idrauliche. Risulta pertanto necessario un monitoraggio costante della situazione e la programmazione di attività di dragaggio al fine di garantire adeguata funzionalità al deflusso di tali corsi d'acqua, sia per ragioni ecologiche, ma anche per evitare criticità idrauliche nei rispettivi bacini idrologici.

Tra le attività di studio finalizzate a quantificare e modellizzare quali-quantitativamente gli interscambi mare - Laguna vi è stato un importante monitoraggio di diversi parametri fisico - chimici, quali Ph, salinità, torbidità, analiti vari (metalli, nitrati, solfati, composti emergenti...). Questo ha permesso una puntuale caratterizzazione chimica degli specchi d'acqua lagunari che stima e modellizzazione della perdita di sedimenti della Laguna verso mare, quantificata in 614mila metri cubi/anno, ed una conseguente elaborazione di strategie per la sua riduzione - contenute nel piano Morfologico Lagunare ancora in gestazione. Si è poi condotta un'indagine sulle cosiddette "acque biancastre" fenomeni presenti in laguna che spesso hanno suscitato interpretazioni contraddittorie, ma che si è compreso essere dovute alla formazione di "zolfo colloidale" che si deve all'instaurazione di condizioni di scarsa ossigenazione (ipossia) nella colonna d'acqua e del fondale per fenomeni di inflorescenza algale. Dalle prime osservazioni si osserva la presenza di acque biancastre nella parte centrale della Laguna verso costa in inverno e più verso il litorale in estate. il monitoraggio del fenomeno consente di rilevare l'instaurarsi di condizioni di criticità per gli ecosistemi e quindi anche per la fauna ittica.

Nell'ambito delle varie attività di ricerca, hanno avuto un ruolo molto significativo le caratterizzazioni dei sedimenti, ciò ha permesso di ricostruire sia la situazione pre industriale che ottenere una mappatura dell'attuale distribuzione delle varie tipologie, fornendo un quadro cognitivo indispensabile - o almeno così dovrebbe essere - per la pianificazione delle attività di dragaggio e l'individuazione di aree con criticità per la mulluschicoltura. Si è potuto altresì evidenziare come  come le chiusure del MOSE comportino in taluni punti stagnazione delle acque, con conseguente instaurazione di condizioni ipossiche, le quali, quando associate a particolari "facies" chimiche dei sedimenti comportano la formazione di metilmercurio, composto particolarmente tossico che si bioaccumula nelle catene trofiche e può essere un importante fattore negativo per l'itticoltura, ed in generale per la salubrità degli ecosistemi. Le tecniche e i modelli di monitoraggio elaborati in tali studi, si rivelano particolarmente utili per il controllo degli inquinanti emergenti, quali a titolo non esaustivo citiamo i PFAS.

Sempre connessi alle chiusure del MOSE sono i fenomeni di riduzione di circa il 30% della sedimentazione delle barene, con conseguente maggior erosione e deposizione dei canali con incremento delle necessità di dragaggio dei canali, questione che si deve ritenere avere sviluppi in aumento, tenuto conto che le chiusure del MOSE sono destinate a crescere visto i trend di crescita dei livelli eustatici negli scenari futuri. Scenari futuri che ovviamente  il programma di ricerca aveva in diverse linee di ricerca attività finalizzate all'elaborazione di modelli predittivi per l'evoluzione del sistema lagunare nell'ambito dei trend globali di cambiamento climatico, al fine di poter fornire elementi necessari all'elaborazione dei piani di adattamento climatico e per individuare anticipatamente fattori critici e di rischio. 

Come riferimento generale si è preso lo scenario IPCC RCP 8.5, il più critico, che prevede nessuna riduzione delle emissioni di CO2 e oltre 2.5 °C di aumento della temperatura globale. In tale contesto i modelli delineano aumenti del livello eustatico compresi tra 58 e 110cm da qui al 2100, con aumento dell'altezza di marea di 26-35cm da qui al 2050 - con relativo impiego MOSO - e di 53-171cm al 2010. L'intensità delle mareggiate sembra però destinata a scemare, per un cambio del regime dei venti e l'instaurarsi di lunghe fasi siccitose nel corso dell'anno,  con aumento delle ondate di calore e la concentrazione delle precipitazioni  nella fase autunnale. Questo quadro ha naturalmente ripercussioni rilevanti sugli ecosistemi e sulle attività antropiche, quindi sul sistema socioeconomico. 

I modelli previsionali riguardano molteplici aspetti che vanno dall'ossigenazione delle acque al rischio alluvioni, non solo in ambito lagunare, ma rispetto all'intero territorio metropolitano, permettendo quindi valutazioni su un contesto più ampio. Ora si poe la questione di proseguire i monitoraggi, affinare i modelli previsionali, restituire informazioni e rapporti, attraverso una comunicazione comprensibile ai decisori istituzionali per le scelte strategiche di pianificazione e intervento, con adeguata tempistica e informare la popolazione affinché sia consapevole delle problematiche peculiari cui il territorio in cui risiede andrà incontro. 

Non è possibile pensare di gestire da qui ai prossimi decenni le attività ittiche, turistiche, quelle portuali ed in generale l'intero sistema della gronda lagunare come è stato fatto fino ad oggi, e nel contempo raccontare di "rinaturalizzare" la Laguna.

La Laguna di Venezia è, ormai, un corpo regolato lo sarà sempre di più e domani potrebbe nemmeno più essere definibile come laguna, sono necessarie scelte strategiche rilevanti. Aspettare farà solo aumentare i costi e le criticità.

martedì 22 novembre 2022

Moto ondoso e intrusione salina. Scenari evolutivi

L'erosione costiera in Alto Adriatico, in particolare sulle coste sabbiose del Golfo di  Venezia, fenomeno che riguarda il territorio da San Michele al Tagliamento (e più su Lignano) sino a Rosolina e le spiagge del delta del Po, è un elemento che già oggi desta profonda preoccupazione in relazione ai forti impatti che le mareggiate stanno avendo sull'integrità delle aree di balneazione (e quindi con i danni economici ad un comparto importantissimo) e sulla sicurezza idraulica delle aree di costa particolarmente urbanizzate (si veda il Rapporto 2021 ISPRA sul consumo di suolo). Oltre che ovviamente su Venezia e la sua Laguna. Il quadro risulta ancora più ansiogeno se guardato in prospettiva futura, in riferimento ai possibili scenari evolutivi del clima globale e dei fenomeni a ciò connessi, come per esempio, l'innalzamento eustatico. E' da capire, tra gli altri elementi, quale sarà l'evoluzione del fenomeno del moto ondoso, tra i principali fattori dell'erosione costiera e lagunare. L'innalzamento del livello del mare esporrà ulteriori aree a rischio mareggiate e inondazione, inoltre acuirà il problema dell'intrusione salina nell'entroterra, fenomeno che quest'anno si è manifestato con particolare intensità.

Alcuni studi recenti provano a far luce su questi aspetti. Il CNR e il Dipartimento di Ingegneria Civile di Padova (ICE), partendo dalla necessità di elaborare previsioni in arco pluridecennale sulla funzionalità del sistema MOSE, in particolare in relazione al tema delle mareggiate, si sono posti il tema di verificare i modelli locali degli scenari connessi agli effetti globali di cambiamento climatico. Si sono considerati due scenai principali, ossia quelli IPCC definiti 4.5 e 8.5 nell'ultimo rapporto, quello della COP di Parigi per intendersi. Lo scenario 4.5 è definito intermedio, ovvero è quello in cui le emissioni di CO2 si assestano a circa il doppio dei livelli preindustriali entro fine secolo a seguito della messa in atto di alcune misure per il contenimento dell'anidride carbonica. L'8.5 è lo scenario pessimista, nessun contenimento delle emissioni e contenuto di CO2, quadruplicato a fine secolo rispetto ai livelli preindustriali. Attraverso i dati rilevati da 120 boe collocate lungo la costa adriatica e il programma ERA5 per l'elaborazione di modelli climatici - che è stato oggetto anche di aggiornamento nei suoi parametri per effetto dei dati raccolti - si è potuto arrivare a proporre degli scenari che vedono in maniera più marcata nei due differenti contesti IPCC che il moto ondoso nell'Alto Adriatico, per effetto dell'attenuazione dei fenomeni di Scirocco tende a mitigarsi, pur in un contesto di aumento del livello del medio mare. I processi di sedimentazione tendono, però, a mostrare delle variazioni per il mutamento delle direzioni predominanti dei venti, tendenti più verso ovest, rispetto alla situazione attuale. Ciò dovrebbe portare, in base alle evidenze delle modellizzazioni, all'accumulo di sendimenti lungo i litorali del Delta e della Laguna Sud e invece a riduzioni in quelli della Laguna Nord e del Golfo di Trieste. Questo aspetto va attentamente valutato, poiché laddove sanno minori accumuli di sedimento, ovviamente l'esposizione ai rischi di erosizione sarà più marcata. 

Come detto, altro fenomeno connesso all'innalzamento del livello del mare è quello dell'ingressione salina, a cui abbiamo già dedicato un post e che è l'intrusione di acque salmastre entro i corsi d'acqua e gli acquiferi sotterranei, per effetto sia dei normali ritmi mareali, ma che, per esempio, periodi siccitosi rendono più intenso ed esteso territorialmente, con effetto su flora, fauna, colture, suoli.... L'area sud della Laguna di Venezia soffre da sempre di tali effetti, per questo è stata oggetto di uno studio del CNR. Si è approfondita la ricostruzione della stratigrafia dei primi 20 metri sotto il piano campagna, per poter valutare in che misura, appunto, l'assetto stratigrafico influenzi il fenomeno. Si è potuto rilevare che la presenza di intercalazioni di materiale fine, favoriscano la formazione di lenti di acqua dolce in sospensione sulle acque saline. La presenza di  strati interdigitati tendenzialmente comporta una maggior separazione delle acque dolci dalle salmastre. I paleoalvei possono fungere da vie di ingresso preferenziale delle acque salate, per questo una loro mappatura diviene fondamentale per poter prevedere l'estensione di potenziali eventi di intrusione di acque marine.

I modelli previsionali sono ovviamente fondamentali per poter costruire gli scenari climatici, con i loro effetti in termini di manifestazioni meterologiche e mutamenti vari, a cui stiamo andando incontro. Ovviamente i modelli vanno continuamente testati e aggiornati alla luce dei dati di volta in volta disponibili. Questo comporta un costante e progressivo affinamento delle interpretazioni e delle misure operative da adeguare a queste. Ecco perché l'adozione di piani di adattamento climatico diventa quanto mai urgente, piani che devono essere traguardati nel medio lungo periodo ed avere un monitoraggio costante. Tanto per dare un esempio, il Veneto NON ha un suo piano di difesa della Costa. Sarebbe ora di iniziare a pensarci.


 

 


Bibliografia

Correction of ERA5 Wind for Regional Climate Projections of Sea Waves, Water 2022, 14(10), 1590

Representative and Morphological Waves along the Adriatic Italian Coast in a Changing Climate, Water 2022, 14(17), 2678

Morpho-Sedimentary Constraints in the Groundwater Dynamics of Low-Lying Coastal Area: The Southern Margin of the Venice Lagoon, Italy, Water 2022, 14(17), 2717

 

sabato 17 settembre 2022

Settimana del Pianeta Terra X Edizione

 

Per la decima edizione della Settimana del Pianeta Terra non potevamo mancare. Abbiamo organizzato una esperienza ludica, con cui spiegheremo ai ragazzi i concetti del dissesto idrogeologico e della mitigazione del rischio idraulico, temi di estrema attualità oggi. Saranno un paio d'ore di apprendimento e divertimento. Non mancate. Prenotazioni entro il 4 ottobre via mail: acquedelmirese@gmail.com


martedì 9 agosto 2022

Perché Pianificare è così difficile

La straordinaria siccità che stiamo vivendo quest'anno, volenti o nolenti ci ha obbligato oltre a misure emergenziali di varia tipologia, a fare i conti con varie questioni e a dover prendere delle decisioni, non più procrastinabili, anche perché gli effetti dell'inazione non sono procrastinabili o eludibili. Pianificazione e manutenzione servono molto ma siccome non fanno audience e nemmeno campagna elettorale visto il periodo, spesso non sono praticate. Abbiamo più vlte evidenziato in questo blog la necessità di ricreare spazi lacuali e aree umide interne (che non sono mega invasi impattanti) che avessero lo scopo di assorbire gli eventi pluviali intensi e nel contempo fare da riserva per la siccità - questione di cui solo adesso si prende coscienza - oltreche benefici effetti di depurazione delle acque, mitigazione microclimatica e ripristino ecosistemico. Abbiamo affrontato il tema dello stoccaggio in falda e del valore della risorsa idrica sotterranea, non che la necessità di dotarsi di strumenti anche finanziari e assicurativi per far fronte agli effetti del cambiamento climatico. Tutte questioni che richiedono approfondimento, pragmatismo e pianificazione di strategie di intervento nel medio lungo periodo, con adattamento alle variazioni di scenario. Approcci solo emergenziali o troppo rigidi possono portare a interventi, magari efficaci nell'immediato, ma controproducenti subito dopo. 

Gli scenari che si parano davanti non sono rosei, non bastano le misure di riduzione delle emissioni e della transizione energetica, ci sono dei fenomeni che ormai sono in atto, e con cui dobbiamo necessariamente fare i conti, per questo è necessario pianificare interventi di mitigazione, che non vuol dire rinunciare a rendere sostenibile la nostra presenza sul pianeta, vuol dire renderci tollerabili gli effetti di ciò che sta accadendo e che non possiamo più evitare.




domenica 30 gennaio 2022

Considerazioni sul Piano Morfologico della Laguna di Venezia



E’ stato finalmente approvato a fine dicembre, dopo un iter per l’aggiornamento del preesistente del 1993 partito nel 2017, il nuovo Piano Morfologico per la Laguna di Venezia (PMLVE), strumento finalizzato al contrasto del degrado lagunare. Ci siamo dedicati in queste ultime settimane alle lettura dei documenti di Piano, cercando di lasciarci influenzare dalle polemiche che ne hanno accompagnato il licenziamento, da convinti assertori della necessità di tale strumento, di cui per altro si attende il completamento, necessario per la sua operatività, ossia il rilascio del nuovo Protocollo per la gestione dei sedimenti lagunari, volgarmente noto come “protocollo fanghi”, anch’esso del ’93, il cui aggiornamento è tutt’ora ostaggio al Ministero dopo svariati annunci di approvazione.

Nella immane modestia che la nostra opinione può avere sulla questione, da pasdaran dal PMLVE, dobbiamo pur dire che ci saremmo aspettati uno strumento maggiormente dirimente delle criticità oggi presenti in ambito lagunare e su alcune questioni l troviamo talora inconsistente, contradditorio ed evasivo.

Entrando nel merito, la pianificazione riguarda un arco temporale di 30 anni, con revisioni ogni 6 anni, gli interventi sono di natura sia gestionale che strutturale, questi ultimi si dividono tra prioritari e subordinati. I soggetti responsabili dei vari interventi sono diversi, specie nei subordinati in ragione delle diverse competenze. A maggior ragione si fa sentire la necessità di un soggetto che abbia potestà vera di coordinamento e gestione sulla Laguna, piuttosto che un’Agenzia pletorica e farraginosa.

Il dato di partenza sono i 160 milioni di metri cubi di sedimenti, necessari da qui al 2070 per compensare subsidenza, eustatismo ed erosione stimata, al fine di mantenere la Laguna più o meno nella situazione attuale. Ipotesi di ripristini morfologici simili agli assetti di inizio ‘900 richiederebbero quantitativi di sedimenti spropositati, rispetto a quelli già immani per l’ipotesi più conservativa. E’ pertanto illusorio discuterne. Il piano pertanto prevede di ricostituire morfologie degradate esistenti e realizzare diverse tipologie di strutture protettive. Una misura di primaria rilevanza è la ricostituzione di ampie praterie di fanerogame, che hanno il pregio di contrastare i fenomeni erosivi dei fondali, riducendo, quindi, anche gli effetti dell’intorbidimento conseguente.

Viene posta anche la questione dell’approvvigionamento di sedimenti (Ricordiamo che la diversione dei grandi fiumi veneti fuori Laguna, avvenuta in epoca storica ha significativamente ridotto gli apporti, mentre gli interventi più recenti come lo scavo del Canale Malamocco – Marghera e alle bocche di porto hanno magnificato la forza erosiva mareale), rilevando, però, che le acque dei corsi d’acqua di pianura sono ricche di nutrienti che in Laguna provocano bloom di macroalghe e fitoplancton con conseguente instaurazione di condizioni ipossiche e degrado ecosistemico-ambientale. Si rendono pertanto necessari interventi di ripristino aree a canneto, che svolgano azione fitodepurativa (è auspicabile ve ne siano anche nel territorio perilagunare e in entro terra, anche come strumento di sicurezza idraulica) e nel contempo di contenimento dell’erosione mareale. La ricostituzione di una fascia oligo-mesoalina consente anche la riduzione della salinità ed il recupero di ecosistemi ed associazioni faunistiche.

In questo contesto si innestano gli interventi come il progetto LIFE REFRESH, che riguarda la reimmissione delle acque del Sile in Laguna. Va detto che la flora oligo-mesoalina favorisce il consolidamento delle morfologie di velma e barena. Tale intervento è di particolare interesse poiché avviene in Laguna Nord, dove ad oggi la situazione è ancora buona e  il bilancio di sedimenti rimovimentati e ridepositati, seppur deficitario è ancora gestibile, pur con un trend in peggioramento, che rende appunto necessario una contromisura onde evitare che anche qui il processo di degrado assuma caratteri irreversibili.

Circa le analisi di contesto del PLMVE, si riscontra che sui temi dello scavo dei canali portuali e della riqualificazione dell’area industriale di Porto Marghera ci siano delle evidenti contraddizioni sia rispetto ai dati disponibili che alle conclusioni che il piano trae. Non si può ipotizzare contemporaneamente una riduzione dell’attività industriale ed un recupero delle aree contaminate, in assenza di reinsediamenti produttivi è illusorio pensare che si possano reperire le risorse necessarie al risanamento, così pensare al contenimento di fenomeni erosivi non ci pare proprio congruente con una prospettiva di espansione delle attività portuali entro la Laguna (va da sé che questo inevitabilmente comporti incremento del moto ondoso e delle attività di scavo canali e movimentazione sedimenti). Tali elementi dovranno necessariamente trovare riconsiderazione al primo step di revisione del piano.

Procediamo ora ad una disamina sommaria degli interventi del PLMVE, soffermandoci su quelli a carattere geo-morfologico a noi più congeniali. Fissiamo anche qui dei numeri in avvio, sono 241mila i metri cubi di sedimento persi annualmente per erosione delle morfologie esistenti (a cui si sommano poi tutti gli altri apporti), attraverso gli interventi previsti si conta di abbassare di 36mila metri cubi questo valore, in particolare si andrebbe a ridurre quanto si accumula entro il canale Malamocco Marghera rendendone necessario il periodico dragaggio. E’ proprio sul tale canale che si concentrano alcuni degli interventi più rilevanti che sostanzialmente vanno a consolidarne il tracciato (nonostante da anni sia indicato come il principale elemento di squilibrio lagunare). Si prevede la realizzazione di velme e barene (a quota +0,30-+0,40 sul l.m.m.) di protezione, consolidate con burghe e geogriglie per dissipazione dell’energia del moto ondoso, interventi similari si prevedono per i canali Fisolo e Alberoni.

Si prevede poi in Laguna nord e centrale una nuova “conterminazione” e una serie di specchi di “acque calme”, delimitati sempre con burghe e materassi in georete, con probabile progressivo interramento dei tratti più a ridosso del margine di gronda in particolare nelle zone di Campagna Lupia e Codevigo.

Strutture di “soffolta” sono previste per la protezione dei bassi fondali di Campalto e Tessera. 

Questi gli interventi prioritari. Tra i subordinati vi sono, soprattutto in Laguna Nord, vari tratti di difese costituiti da sovralzi erodibili finalizzati a rendere disponibile sedimento per i meccanismi di sfaldamento e rimodellamento delle morfologie lagunari.  Si conta anche di migliorare lo scambio idrico nelle zone oggi a ridotta circolazione attraverso riprofilature e riconnessioni di canali e ghebi. Si prevedono poi difese e rifacimenti delle sponde delle isole minori. Tali interventi, coniugati alle conterminazioni dei canali si stima porteranno ad una riduzione dell’80% dei fenomeni di risedimentazione entro i canali stessi, abbattendo quindi sensibilmente le necessità di loro dragaggio e relative problematiche connesse.

Tra gli interventi meno convenzionali previsti nel piano, troviamo quello di sollevamento del fondale attraverso iniezioni di fluido negli acquiferi profondi, al fine di contrastare subsidenza ed eustatismo. L’attività prevede una prima fase sperimentale, il punto di iniezione è individuato in Laguna centrale, presso Val del Bon, l’iniezione di circa 11 mila metri cubi, dovrebbe avvenire ad una profondità compresa tra i 600 e gli 850 metri per una durata di 10 anni. I modelli previsionali stimano un sollevamento di circa 20cm al centro del cono di iniezione decrescenti a 5cm lungo il perimetro, per un raggio di quasi 5km. Metà del sollevamento si dovrebbe verificare nel primo biennio.

Circa il tema della reimmissione di corsi d’acqua in Laguna, il piano ha qualche tortuosità. Tale intervento ha il principale scopo di riportare apporti di sedimenti ed acque dolci, di cui si è evidenziata sicuramente la necessità. Affinché ciò sia possibile è, però, necessario, che le acque reimmesse siano conformi alla DIRETTIVA ACQUE, per non compromettere lo stato del corpo idrico recettore (non occorre dire che oggi la situazione della Laguna sia quanto meno delicata sul tema). Si è già rilevato che in tema di nutrienti vi sia una criticità in tal senso. Ragionando sul Brenta, alle cui acque si guarda per varie ragioni con particolare attenzione, come ricorda il Piano stesso vi sono criticità su As e Metalli Pesanti e Cu e Zn nei sedimenti (risultano in classe B e talora C, va ricordato che secondo il protocollo fanghi del ‘93 i fanghi in classe B si possono usare per ripristini della morfologia lagunare purché confinati dalle acque, mentre la classe C non è usabile). Quindi, si propone la reimmissione di acque dal Brenta da un lato se ne dichiara l’inadeguatezza perorando un monitoraggio ed un miglioramento (demandato ad altri) i cui tempi mal si conciliano con le esigenze del PLMVE.

Troviamo poi, sempre su tale questione, l’inserimento di una ipotesi di intervento per noi particolarmente spinosa. Viene, infatti, introdotto il ragionamento sul completamento dell’idrovia Padova – Venezia. Possiamo intuire il cammino che ha portato ad inserire questa proposta (non presente nella prima versione del piano del 2016), ma il piano stesso ribadisce che le acque dell’Idrovia – che sono quelle del Brenta – hanno problemi di qualità ed i sedimenti stimati – circa 70mila metri cubi annui – sono di natura pelitica, cioè fine, mentre il tratto di sbocco dell’idrovia è caratterizzato da granulometria maggiore. Questi depositi pertanto sarebbero facilmente erodibili, aggravando la problematica della torbidità delle acque. Inoltre il modello deposizionale, che prevede che non vi siano fenomeni di accumulo entro il canale Malamocco-Marghera, ci pare quanto meno tirato. Viene peraltro omesso di dire che il completamento dell’Idrovia richiederebbe uno scavo di circa 2 km in Laguna e la riprofilatura di un tratto esistente di 3 km per il collegamento col canale dei petroli (e lasciamo stare gli effetti della navigazione).

Il Piano Morfologico prevede come detto, anche misure di carattere “gestionale”, quali la riduzione degli emungimenti sotterranei ancora attivi, una più stringente regolazione della pesca, una riduzione della venericultura. Necessario poi un regolamentazione ancora più puntuale del traffico acqueo, con conseguente riduzione dello stesso (come lo si concilia con progetti di espansione portuale?).

Si ritiene poi che il MOSE possa avere un effetto positivo nel contenimento delle perdite di sedimento verso mare durante gli eventi metereologici più gravosi.

Sono poi elementi necessari il completamento della messa in sicurezza e risanamento del Sito di Interesse Nazionale di Porto Marghera e l’ottimizzazione della gestione degli scarichi in Laguna.

Rileviamo, infine, che, diversamente per esempio dai Piani delle Acque redatti dai consorzi di Bonifica, che abbiamo avuto modo di leggere, glissa sul tema costi, demandandolo ai singoli progetti esecutivi. Riteniamo che, però, una stima di massima con, almeno, l’indicazione delle fonti di finanziamento starebbe stato assai opportuno ed avrebbe rafforzato l’autorevolezza del Piano e la sua capacità di innestarsi in una questione che non è solo tecnica-ambientale, ma anche socioeconomica.

Il Piano Morfologico della Laguna di Venezia, per noi, doveva decisamente tracciare alcune rotte e dare alcune risposte, ci pare si navighi a vista e si pongano più domande.

AGGIORNAMENTO: dopo l'approvazione di dicembre 2021 del Comitato Tecnico del Provveditorato Opere Pubbliche del Piano rivisto per dar conto delle osservazioni della commissione VIA VAS interministeriale, è arrivata a giugno 2022 nuova bocciatura da parte della medesima commissione. Nel diniego della Commissione si sono esposti molti dei concetti che anche noi abbiamo sottolineato, in particolare come non si affrontino le cause del degrado lagunare, ma ci si limiti a cercare di mitigarle e come non vengano date precise linee per la riduzione della pressione antropica nell'ambito lagunare. Si riparte quasi da zero. Solo che per l'Ambito Lagunare il tempo è un bene ormai scarsamente disponibile.

 

Bibliografia

Sito MITE con documentazione di piano 

https://va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Documentazione/1446/2023

Sito Provveditorato OOPP con avvio procedura http://provveditoratovenezia.mit.gov.it/introduzione.html

Progetto LIFE REFRESH http://www.lifelagoonrefresh.eu/

sabato 13 novembre 2021

Se Comprare l'ombrello diventa disfattismo

Nel dibattito tecnico o meno che sia circa gli effetti del cambiamento climatico, intesi come aumento degli eventi estremi, rischio alluvioni, dell'erosione costiera, e così via, spesso, non è accolto con favore od interesse, anzi talvolta l'ostilità è palese, chi pone il tema delle strategie per "contenere" o mitigare o meglio ancora gestire tali effetti. Come se ciò implicitamente implicasse una sorta di accettazione del cambiamento climatico ed una sostanziale rinuncia al contrasto dello stesso. Oppure un'adesione a teorie negazioniste sulla componente antropica della rapida modificazione climatica cui stiamo assistendo, o semplicemente la bieca espressione di una mentalità predatrice sulla natura.  Quello che in realtà è avvedutezza e sano pragmatismo, che specie chi governa dovrebbe avere, nella retorica di tanta parte del mondo ambientalista diventa oggetto di aspra critica nel già confuso dibattito pubblico.

Se anche l'umanità fosse davvero così solerte di centrare gli obbiettivi di massima negli scenari IPCC di riduzione delle emissioni si CO2 per il 2050,  comunque gli effetti innescati dalla modificazioni climatiche in atto negli ultimi decenni continuerebbero a manifestarsi ed acuirsi nei decenni successivi, magari in modo più lento rispetto alle previsioni più fosche, ma in ogni caso la loro progressione, anche solo per inerzia, resta inevitabile. Il livello eustatico non cesserà di salire, il regime delle precipitazioni continuerà ad evolvere verso una estremizzazione degli eventi e così via. Combattere il cambiamento climatico, lavorando per una riduzione delle emissioni di gas serra, non è in contrasto con la predisposizione di azioni che ci permettano di convivere con tali scenari. 

Il racconti di taluni di una sorta di "evitabilità" di determinate prospettive per i prossimi decenni, è fuorviante. Bisogna prenderne consapevolezza per iniziare finalmente concretamente ad agire.

Abbiamo avuto modo di leggere due studi, pubblicati sulla rivista water, che approfondiscono  gli aspetti infrastrutturali e socio economici della questione. I risvolti economici del cambiamento climatico sono un tema poco affrontato dal dibattio pubblico, spesso presentato anche in termini negativi dal discorso ambientalista, ma è invece un elemento cruciale se si vuole davvero tentare di gestire tali fenomeni in modo incisivo.

Inondazioni, allagamenti, mareggiate, tempeste, sicittà, saranno sempre più frequenti e intensi, così come i danni economici ad essi connessi, ad infrastrutture, attività produttive e in termini di costi in vite umane. Tale scenario rende sempre più urgenti strumenti assicurativi che consentano di dare sostegno nella fase post evento. Numerose sono, però, le indagini che rivelano come le popolazioni e gli operatori sono maggiormente  disposti a contribuire, anche economicamente, a misure che consentano di contenere/evitare gli effetti di tali fenomeni, piuttosto che avere una tutela successiva. Questo è particolarmente spiccato negli operatori agricoli, come evidenziato nell'articolo di water in cui, analizzando le esperienze statunitensi ed australiane di coordinamento per gestire il rischio siccità, si delinea la possibilità di mutuare questi modelli di organizzazione per gestire il rischio alluvionale.

In Australia e California vi sono delle organizzazioni di tipo consortile di proprietari terrieri e di aziende agricole, in cui, i membri, a fronte di meccanismi di incentivo e indennizzo, finanziati in parte dai governi in parte dagli aderenti, a rotazione, mettono a disposizione porzioni delle loro proprietà affinché siano usati come bacino di immagazzinamento acqua, da usare come riserva nelle fasi siccitose, ottenendo un risparmio nei costi per l'approvvigionamento idrico e una forte riduzione delle perdite di produzione dei raccolti. Quello che lo studio suggerisce è l'organizzazione di un analogo modello per la tutela dal rischio alluvionale, in cui in questo caso lo spazio messo a disposizione avrebbe lo scopo di fare da bacino di invaso per portate anomale di corsi d'acqua o eventi meteo, prevenendo allagamenti e esondazioni. In uno scenario simile, in Italia, saremmo facilitati dall'esistenza di soggetti già impiegabili per la gestione di simili accordi - i nostri consorzi di bonifica - questo consentirebbe l'attuazione di uno strumento che vedrebbe contemporaneamente l'impegno della popolazione, di categorie produttive e di una struttura tecnica, diventando una risposta concreta agli scenari di cambiamento climatico. Una risposta dinamica come il quadro che abbiamo davanti.

Nella storia geologica le oscillazioni eustatiche sono state ampie e cicliche, anche dell'ordine delle centinaia di metri, rispetto al livello odierno. Potenzialmente, se le calotte si sciogliessero del tutto il livello dei mari dovrebbe cresce di oltre 60 metri. Le previsioni IPCC da qui al 2100 danno un livello di variazioni compreso tra i 50 e i 310 cm. Anche l'ipotesi di minima è preoccupante. Già oggi, come evidenzia un secondo studio pubblicato sempre su water,  100milioni di persone  vivono sotto il livello di marea e ogni 2.5 cm di variazione del livello del medio mare incrementa di 2,5milioni tale numero. Circa il 13% della popolazione mondiale vive entro di 10mt dal livello di alta marea. Quindi soggetti al rischio di aggressione dal mare. Dal 1950 mareggiate e allagamenti sulle coste USA sono cresciute del 27% con danni a molte attività produttive e per esempio riduzione del comparto turistico, questo per dare delle indicazioni sulle ricadute socioeconomiche, che accompagnano le ricadute ambientali. Per un paese peninsulare come l'Italia il problema dovrebbe essere prioritario. Di seguito un breve video con un servizio riassuntivo di Presadiretta che da una panoramica delle questione.

Vi è poi il fenomeno dell'intrusione salina con perdita di terreni coltivabili e risorse idriche per usi irrigui. L'incremento di eventi atmosferici violenti sulle aree costiere, l'erosione ed i costi per il mantenimento delle zone balneabili, sono tutti ulteriori effetti  che non si arresteranno, anche negli scenari IPCC più lusinghieri e che si dovrà affrontare. Il non fare nulla in termini preventivi, ovviamente consente di risparmiare risorse oggi, usabili poi affrontare i danni successivi, ma decisamente in termini di avvedutezza e anche contenimento delle perdite umane e materiali appare una scelta discutibile. Inoltre ci sono misure che alla lunga non saranno sempre sostenibili, una esempio è la pratica del ripascimento spiagge post mareggiate. Negli USA dal 1923 si sono spesi quasi 11 milardi di dollari per la ricostituzione delle spiagge della costa atlantica. La vita "media" delle spiagge diventa sempre più breve e i costi sempre più elevati. Al ripascimento si devono abbinare interventi più "hard". E scelte anche radicali. Come la rinuncia alla spiaggia. La costa sabbiosa può essere sostituita con elementi più grossolani, resistenti ad erosione e mareggiate oppure con strutture fisse, dighe e coste armate. Vi sono anche soluzioni più complesse, che comportano la combinazione di più elementi, arretramento della linea di costa, riprofilazione, costruzione di protezioni vegetali e di sistemi litorali artificiali. Nel video che segue un esempio di intervento.

In ogni caso è necessaria una pianificazione degli interventi in ragione delle varianti locali dello scenario globale, che veda anche un'evoluzione degli interventi nel corso del tempo in funzione delle previsioni di mutamento dei fenomeni. Avere una strategia di mitigazione/adattamento consente anche  un uso più graduale delle risorse finanziarie (eh sì servono i soldi...) e una loro minor difficoltà di aprovvigionamento, da un punto di vista ambientale questo favorisce anche un adattamento meno traumatico degli ambienti coinvolti e ovviamente ridurre sensibilmente i costi in danni e vite degli effetti del cambiamento climatico. 

Un approccio di questo tipo richiede, però, una forte sinergia istituzioni e portatori di interesse, lungimiranza, competenza tecnica e scientifica e, sopratutto una certa urgenza e dovrebbe essere quanto mai auspicabile in aree costiere, come per esempio quella alto adriatica, densamente popolate, con forti insedimaneti produttivi e importanti centri artistici.

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