martedì 1 giugno 2021

C'erano una volta le mezze stagioni...

L'area dell'Alto Adriatico, rischia nel prossimo trentennio di trovarsi in una situazione paradossale. Ovverio contemporamente esposta al rischio siccità e all'incremento di fenomeni pluviali intenti. Ossia a un'estremizzazione del clima. Questo è dovuto al più ampio fenomeno del cambiamento climatico globale e alle sue interazioni su scala locare. L'INGV riporta che l’osservatorio Europeo per il monitoraggio delle zone a rischio di siccità (EDO – European Drought Observatory) aggiorna regolarmente le mappe delle zone più a rischio di desertificazione. Nella situazione situazione aggiornata alla prima decade di maggio 2021, risulta evidente come la costa emiliana, fino a lambire la zona costiere rodigina, risulta esposta a fenomeni siccitosi importanti. Il trend sembrerebbe rivelare una tendenza di questa zona ad espandersi verso nord. Vedremo i dati dei prossimi mesi, se corroboreranno tale assunto. 

Di contro uno studio recente sugli scenari futuri dei fenomeni pluviali in Italia, porta a evidenziare che negli scenari peggiori e intermedi di cambiamento climatico previsti per i prossimi trent'anni dai rapporti IPCC è previsto un incremento potenziale di oltre il 30% delle precipitazioni nel nord Italia (in calo invece a sud). Tale scenario, purtroppo, risulta nella sostanza il medesimo anche nello scenario di forte attenuazione delle emissioni e quindi dell'incremento di temperaturaal di sotto del 1,5 °C a livello globale. Solo un inversione di tendenza potrebbe prevenirlo.  Non è facile delineare con facilità tali scenari poiché le peculiarità locali - nel caso del nordest per esempio la relativa vicinanza mare con montagne - influiscono in misura non facilmente quantificabile sulla loro evolozione.

Questo ci porta a rilevare che stiamo andando verso una situazione caratterizzata da periodi siccitosi, intervallati a pioggie intense.  E' necessario pertanto studiare l'evoluzione del rischio geoidrologico, le capacità di stoccaggio e laminazione delle acque, la difesa delle coste e la pianificazione urbana in ragione di tali scenari, altrimenti si riscbia di trovarci non troppo in la nel tempo in scenari peggiorativi sia per le attività agricole che per il rischio alluvioni per esempio.



 

 

sabato 13 marzo 2021

Siti contaminati in ambito di gronda lagunare

ISPRA ha recentemente presentato il primo report sulla situazione processi di bonifica ambientale in Italia, Il rapporto illustra e analizza i dati del 2020 relativi al numero e alle superfici interessate da procedimenti di bonifica regionali al 31.12.2019. I dati raccolti sono relativi ai procedimenti di bonifica regionali la cui competenza è in capo alle Regioni o a enti territoriali da esse delegate, sono esclusi i procedimenti relativi ai Siti di Interesse Nazionale (SIN) di competenza del MATTM (ora MiTE). I dati sono disponibili per tutte le regioni /province autonome d’Italia con livello di dettaglio fino al singolo comune e consentono di descrivere l’iter del procedimento e lo stato della contaminazione per i procedimenti in corso e per quelli conclusi. Il numero totale di procedimenti è pari a 34.478 di cui 16.264 in corso e 17.862 conclusi. La superficie interessata dai procedimenti di bonifica è nota solo per una parte di essi (67%), è pari a 66.561 ettari (666 kmq) e rappresenta lo 0,22 % della superficie del territorio italiano; di questi 37.816 ettari sono relativi a procedimenti in corso e 28.745 ettari sono relativi a procedimenti conclusi. 

La questione bonifiche è di estrema rilevanza per molteplici aspetti, in primis perché la salubrità determina anche la fruibilità di tanti luoghi in Italia che, ad oggi risulta fortemente condizionata dalla presenza di siti contaminati, pregiudicando lo sviluppo di molti territori. Con ricadute ambientali, sociali ed economiche pesanti. Da segnalare, non per partigianeria, ma per l'indubbia valenza dell'iniziativa, la mobilitazione lanciata dai Radicali sul tema del completamento delle bonifiche dei principali Siti d'Interesse Nazionale, in cui i processi di risanamento ambientale sono ancora troppo indietro. 

Il quadro che esce dal rapporto ci mostra che il 52% dei procedimenti di bonifica si sono conclusi, mentre per quelli in itinere, spesso ormai da diversi lustri, la situazione è variegata, con molti in fase di istruttoria, o di valutazione progettuale.

Dai dati su base regionale, risulta per il Veneto una situazione non troppo rasserenante: Il 43% dei procedimenti è in corso, di ben il 12% (352 in numeri assoluti), non è disponibile lo stato di avanzamento. Per altro i procedimenti in corso riguardano una superficie complessiva da bonificare, ben maggiore di quella degli iter conclusi - sebbene questi ultimi siano numericamente superiori. Parliamo di 1056ha, contro 429ha, per dare un dato, 1500 campi da calcio, per dare un'idea.

La problematica interessa particolarmente l'area perilagunare, perché sia in termini di superficie che di numero di procedure, l'area metropolitana di Venezia, con 253 iter in corso, pari a 335ha di superficie, guida la classifica delle provincie venete in quest'ambito, seguita da Treviso, Verona (che ha più procedimenti, ma meno aree) e Padova. E ciò non è dovuto solo alla presenza del S.I.N di Porto Marghera (che ovviamente è comunque il "contributore" maggiore).

Le criticità, purtroppo, non sono limitate alla sola area industriale, ma anche in altre zone della Città Metropolitana. Vedi il caso di Mira, con 7 siti. Nella classifica dei comuni per numero di siti contaminati, ove Venezia primeggia, con 50 siti contaminati (di cui solo 1 con bonifica conclusa, 29 in corso e 20 con analisi di rischio approvata), ai primi 10 posti  troviamo quattro comuni metropolitani (Venezia appunto, Mira, Jesolo, Portogruaro), tutti con territori nella gronda lagunare. Sottolineamo questo aspetto per evidenziare come sia forte la pressione ambientale nel bacino scolante, con ricadute anche nei processi di tutela degli ambienti idrici e di contrasto al dissesto geoidrologico e, quindi, alla mitigazione del rischio idraulico in questo territorio. 

I siti contaminati sono spesso in stato di abbandono e degrado e la manacata esecuzione delle bonifiche spesso determinano il perdurare di fenomeni di inquinamento che determinano, in un circolo vizioso, l'estensione del deterioramento ambientale anche alle aree prossime al sito.

Venezia fortunatamente guida anche la classifica dei comuni con più procedura di bonifica concluse, ben 115,  la strada è, però, ancora lunga assai.

Il report ISPRA finalmente consente di avere un'immagine chiara e complessiva sul tema bonifiche, ma è anche una forte chiamata delle Istituzioni alle proprie responsabilità, non che di tutti i soggetti coinvolti. Particolarmente in area perilagunare, dove questo tema si somma alle problematiche di dissesto geoidrologico per i fenomeni globali di cambiamento climatico e per i fenomeni locali, quali subsidenza e pressione antropica. Se non si affronta la questione davvero, dando tempi e metodi ai processi in corso e risorse, il risanamento ambientale e il contrasto al dissesto dell'area costiera veneta e la conseguenze riduzione del rischio ambientale resteranno solo chimere, così come  la riqualificazione socioeconomica).





Bibliografia: Lo stato delle bonifiche nei siti contaminati in Italia: dati regionali, ISPRA, 2021 

lunedì 22 febbraio 2021

Le Acque del Veneto: tra speranze e preoccupazioni

 Lo stato di salute degli ambienti idrici del Veneto è rappresentabile con un quadro di luci e ombre, quadro non statico, ma in evoluzione. Non sempre verso scenari migliori. La Direttiva Acque (2000/60/UE, di cui più volte abbiamo parlato), impone il monitoraggio delllo stato chimico, ecologico e biologico degli ambienti idrici, non che obbiettivi di risanamento, tutelare la risorsa idrica, significa tutelare ambienti e prevenire situazioni di degrado e dissesto, tal interventi vanno di pari passo con le iniziative della Direttiva Alluvioni, per ridurre il rischio idraulico. 

In attesa che ARPAV licenzi i dati del monitoraggio 2016-2019, dove sono stati introdotti anche nuovi parametri di monitoraggio (PFAS, microplastiche...), visionando il Rapporto sullo Stato dell'ambiente del Veneto, anno 20202, capitolo idrosfera, in cui si presentano i dati del monitoraggio 2014-2016, possiamo già rilevare per i vari tipi di ambiente, diverse evidenze piuttosto significative.

ACQUE MARINO COSTIERE. Stiamo parlando dei bacini individuati nella fascia di fronte alla costa veneta, unitamente ai due specchi principali antistanti la Laguna di Venezia. Da un punto di vista chimico i corpi costieri della costa Nord, ossia dalla foce del Tagliamento all'inzio del litorale lagunare, e sud, ossia quelli antistanti al delta del Po, sono classificati come "scarsi", mentre "buoni" gli altri. I corpi settentrionali presentano criticità col il parametro Mercurio (Hg), quelli deltizi a causa del rinvenimento durante il monitoraggio di Idrocarburi Policlici Aromatici (IPA) e Piombo (Pb). Ecologicamente parlando tutti qesti ambienti sono considerati "sufficienti", tale classificazione ovviamente indica una certa precarietà e sopratutto non è il parametro obbiettivo rispetto alla Direttiva Acque. Da un punto di vista biologico i rilievi attribuiscono uno stato "buono" per i corpi ante Laguna e per gli specchi costieri fino alla foce del Tagliamento; "mediocri" sono giudicati gli stati dei bacini costieri dalla foce del Brenta al Delta del Po. 

Non occorre eccessiva arguzia per cogliere la rilevanza  che  hanno gli apporti dei corsi d'acqua per determinra tali condizioni.

ACQUE di TRANSIZIONE. Sono corpi idrici di terra, spesso salmastri prossimi alla linea di costa, ossia lagune, zone umide. Queste presentano varie criticità: le zone umide del Delta del Po, la Laguna di Venezia, hanno stati chimici per lo più "NON buoni", per la presenza di Hg, IPA particolarmente. Ne consegue che lo stato ecologico risulta "scarso" per tutte per tutte le zone deltizie; la Laguna invece è bipartita: "scarsi" gli specchi perilagunari, "sufficienti" quelli a ridosso del cordone litoraneo. Queste evidenze dovrebbero indurre a minor foga coloro che invocano lo scarico di nuove canalizzazioni in Laguna, ritenendoli pure "vivificanti".

ACQUE INTERNE, stiamo parlando dei varic corsi d'acqua che solcano la nostra regione. si rileva che tra i corpi idrici "naturali", circa il 18%  è classificato in stato chimico "scarso" o addirituttra "cattivo", e circa tra il 20-25% "sufficiente", quindi in bilico. Tali numeri salgono al 30% e al 45% per i corsi "Non naturali", ossia fortemente modificati o artificiali. Tra i parametri più problematici i pesticidi ei PFOS (monitorati dal 2015), i primi per tutti i corsi monitorati i secondi particolarmente per il Bacchiglione e il Fratta Gorzone (non a caso si originano nella zona Vicentina). Questi dati pongono fortemente il tema dell'attenzione che si debba porre alle pratiche agricole in uso nella nostra regione e alla loro sostenibilità in relazione alla tutela della risorsa idrica e degli ambienti acquatici più in generale. Sopratutto nell'interazione con la rete idrografica artificiale, che spesso esisten proprio in quanto a servizio delle aree agricole. Circa il ritrovamento di PFOS, questo non può che essere specchio evidente di quanto grave sia la contaminazione ormai. 

ACQUE SOTTERRANEE. Sono fondamentali per l'irrigazione e per l'uso potabile. La rete di monitoraggio riguarda le falda più superficiali, dei punti monitorati il 38% ha presentato riscontri analitici che ne hanno comportato la classificazione come "scadente". Le sostanze più problematiche sono i contaminanti inorganici, di nuovo i pesticidi e i metalli - sui metalli andrebbe, però, fatto un ragionamento più complesso, poiché, almeno alcuni di quelli rivenuti, dipendono anche da fattori geologici, il c.d. "fondo naturale" - i PFAS non risultano rilevanti, ma ciò è dovuto al fatto che durante questo monitoraggio non erano ancora inseriti tra i parametri da controllare. E' probabile, quindi, che nel prossimo rapporto, purtroppo, ci si debba aspettare un peggioramento per queste sostanze.

Come premesso, quindi, il quadro dello stato degli ambienti idrici del Veneto, è complesso, variegato e diciamo, francamente, non entusiasmante. Tale situazione è l'evidente risultato delle pressioni antropiche, importanti, a cui è sottoposto il territorio. Ecco, perché, sono necessari interventi organici, ponderati e coordinati, non che un uso attento dei dati dei monitoraggi, per cercare di rendere meno fosco lo sviluppo di tale situazione.

 

 

 

 

 

Bibliografia:

Rapporto sullo stato dell'ambiente Veneto - IDROSFERA, Anno 2020. Arpa Veneto

venerdì 28 agosto 2020

Migliora la qualità dei sedimenti dei canali di Venezia


Le notizie riguardanti la Laguna di Venezia, ultimamente sono, il più delle volte, poco confortanti. Fortunatamente non sempre è così. Abbiamo ancor in mente le immagini delle limpide acque lagunari durante il blocco delle attività nella fase acuta della pandemia di Covid-19, che sostanzialmente rendevano evidente ciò che era già noto, ossia quanto pesante sia l'impatto delle attività antropiche sulle acque della Laguna.

Un recente lavoro a firma Zonta et alii del 2020, condotto da varie strutture del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) da indicazioni positive in merito alla presenza di contaminanti nei sedimenti dei rii di Venezia. 

Tra il 1960 e i primi anni del 2000 nei canali di Venezia, al fine di garantiren la navigabilità, è stata condotta un'attività di dragaggio che ha comportato l'asporto di circa 3 milioni e mezzo di tonnellate di sedimenti, che si sono dovuti caratterizzare al fine di stabilirne le modalità di gestione. Sono state rilevate importanti contaminazioni da metalli pesanti e Idrocarburi Policicli Aromatici (IPA). Ovviamente conclusa l'opera di dragaggio, nei canali sono ripresi i processi di sedimentazione, per cui a partire dl 2005 ca, è stato possibile campionare i nuovi depositi per avere indicazioni sugli andamenti e le evoluzioni delle varie contaminazioni. Si sono eseguiti circa 800 campionamenti.

La città di Venezia è situata circa al centro della sia laguna, occupa una superficie di 6,3 km2 è abitata da circa 60mila abitanti e giornalmente ospita un flusso altrettanto grande di turisti e pendolari. I canali occupano una superficie di ca 0,43 km2, a cui si aggiungono gli 0,25 km2 del Canal Grande. La larghezza media dei canali e di 10m (con valori che vanno dai 3 a i 50 m) e la profondità media è di 2 m - ovviamente questo non vale per il Canal Grande). L'idrodinamica dei canali è ovviamente regolata dai processi mareali, i sedimenti che si depositano nei rii derivano sia dai processi lagunari che per un volume compreso tra il 15 e il 33% dal contesto urbano. Ovverosia la città. Le fonti sono varie dal materiale eroso dai palazzi, all'usura degli scafi delle imbarcazioni, ai processi connessi al moto ondoso, al materiale derivante dagli scarichi domestici e non - ricordiamo che buona parte di Venezia non ha fognatura.

Lo studio ha evidenziato un calo del 20% per Cadmio e Zinco, -25% per Arsenico, Piombo e IPA e -47%  per Mercurio, Cromo, Nichel e Zinco, rispetto a quanto rilevato sui sedimenti ante 1995. Vero è che nel caso del Rame, pur rilevando un calo del 50% rimane  comunque un date  molto elevato, questo perché la principale origine di questo contaminante sono le vernici protettive utilizzate per gli scafi delle imbarcazioni, che sebbene usate con maggior cautela che in passato, sono ancora le più diffuse e continuano ad essere problematiche. il calo degli IPA, si deve alla cessazione dell'uso già dagli anni '70 del carbone come combustibile e la sua sostitutuzione con altri carburanti. Parimenti il calo del Piombo è associabile alla cessazione dell'uso di benzine col Pb dalla fine degli anni '90 del secolo scorso. La riduzione degli altri contaminanti è correlata alla migliore gestione degli scarichi in Laguna e agli interventi di risanmento del polo industriale di Marghera, non che a qualche intervento in ambito urbano. 

Cosa implica questa migliorata qualità dei sedimenti dei rii? Dovendo rifarci ancora al "protocollo fanghi" del 1993 ossia al documento che da le indicazioni su come gestire i sedimenti di dragaggio in ambito lagunare, che li suddivide su base qualitativa in 4 categorie:

- A (non inquinati) usabili per ripristini morfologici in ambito lagunare

- B (moderatamente inquinati) sempre usabili per ripristini purché confinati

- C (inquinati) usabili per rialzi in aree fuori dall'oscillazione di marea e confinati

- oltre C (molto inquinati) da destinare a discariche/trattamenti fuori della Laguna

Riscontriamo che molti dei sedimenti dei rii, che prima erano da inquinati a molto inquinati, ora rientrano nei parametri per essere gestiti come B o addirittura A, se non fosse per il parametro Cu. Orbene è chiaro che la gestione di sedimenti tipo A o B ha costi significativamente più bassi e permette maggiori flessibilità, la rigidità del protocollo vigente non permette margini di manovra. Si dovrebbe poter verificare le modalità di gestione circoscrivendo la problematica al solo Rame, e comprendendo quale sia la soluzione più idonea, alla luce della geochimica di questo elemento.

Anche per tematiche come queste, si rileva l'essenzialità di un nuovo protocollo fanghi, quanto mai atteso e troppe volte annunciato come fatto. Anche perché senza quello, anche il Piano di Ripristino Morfologico della Laguna di Venezia resta al palo.


 

 

martedì 18 agosto 2020

Rilascio di elementi in traccia e cuneo salino

E' proprio di questi giorni la notizia dei problemi alle colture nella bassa pianura veneziana a causa dell'ingresso di acque salate dal sottosuolo in particolare alla foce di Brenta, come detto in post precedenti il fenomeno è causato dalla trasgressione marina, cioè dalla penetrazione delle acque marine verso terra a causa dell'eustatismo - innalzamento del livello del medio mare - legato ai processi di cambiamento climatico globale, con riscaldamento e scioglimento delle calotte polari e alla subsidenza - ossia l'abbassamento del terreno - dovuto a un mix di fenomeni locali, quali la compattazione dei sedimenti, la degradazione della sostanza organica, l'emungimento delle acque sotterranee. 

Tutti questi elementi generano dei processi concatenati che amplificano i rispettivi effetti, basti pensare che la penetrazione delle acque marine, a seguito della loro composizione chimica, in presenza di terreni argillosi genera un fenomeno definito come DECARBONATAZIONE ossia la rimozione per via chimica del carbonato di calcio presente nelle argille con loro scomposizione e riduzione volumetrica, ciò accentua la subsidenza e i fenomeni connessi, per esempio facilitando ulteriormente la penetrazione delle acque marine nell'entroterra. Va detto che la penetrazione delle acque marine ha tra gli altri effetti il danneggiamento della vegetazione e delle culture, e la compromissione di eventuali riserve idriche  sotterranee, in alcuni casi vi possono essere fenomeni di "allagamento da sotto", dovuto al galleggiamento delle acque dolci meno dense su quelle salate e la loro venuta a giorno. 

Oltre a questo, tale interazione chimica provoca il rilascio di elementi in traccia presenti nei terreni, il che, però, può essere usato per monitorare il processo di intrusione salina e andare a intervenire in via preventiva o comunque mirata a tutela delle acque uso irriguo e del territorio più in generale. E' quanto emerge da uno studio, pubblicato di recente su WATER, condotto sulla costa Ravennate. 

Lo studio è molto significativo data la prossimità dell'area con la zona perilagunare veneta e con la similarità degli ambienti, fatta di coste basse, sabbiose, foci fluviali, ambienti salmastri a ridosso della linea di costa, una densa urbanizzazione, uso turistico intenso e  industriale dei terreni, attività agricola, subsidenza - qui anche più accentuata - presenza di terreni ricchi di sostanza organica, per cui consente di fare ragionamenti sulle problematiche non solo della costa romagnola, ma anche veneta. 

Si è studiata un'area di circa 400km quadrati, comprensiva di specchi lacustri salmastri, corsi d'acqua naturali e artificiali, opere di regimazione delle acque, terreni con usi vari. Il territorio è stato suddiviso in 4 fascee in ragione della distanza dalla costa, caratterizzati da diverse geomorfologie e litologie e conseguentemente diversi processi geochimici:

- zona delle dune costiere

- zona delle Paleodune (vecchia linea di costa tardo pleistocenica)

- campagna uso agricolo

- zona cave di ghiaia (similmente all'alta pianura Veneta, nel caso ravennate vi sono depositi grossolani sottocosta, originatesi nel tardiglaciale

- altra zona agricola

Il monitoraggio dei pozzi esistenti o realizzati per lo studio ha riguardato diversi ioni, sodio, cloro solfati, Zinco, Vanadio, Cromo, Arsenico, Argento, Ferro, Manganese, Nichel e Piombo, oltre che Cobalto, Bario, Boro, Litio, Stronzio.

Lo studio ha richiesto anche di comprendere se vi fossero interazioni con le composizioni chimiche delle acque superficiali e sotterranee legate alle attività industriali e agricole, in ogni caso questo ha permesso di individuare nelle varie unità ambientali in cui è stata suddivisa l'area d'indagine, peculiari associazioni chimiche, connesse alla penetrazione delle acque marine sotterranee. Si sono così rilevati non solo particolari processi geochimici connessi con l'intrusione salina, ma anche dei precisi "marker" del fenomeno monitorabili tramite pozzi, ponendo le basi per un sistema di controllo in continuo.



lunedì 25 maggio 2020

Il mare come elemento di rischio idraulico

Solitamente quando si parla di rischio idraulico, il pensiero corre immediatamente a immagini di esondazioni fluviali, crolli arginali, fenomeni franosi, a città allagate in occasioni di fenomeni meteorici intensi e quindi, anche la mitigazione del rischio idraulico è intesa sopratutto in relazione a tali tipologie di scenari. Si pensa alle conseguenze dell'impermiabilizzazione del suolo e al meteo che cambia in relazione al cambiamento climatico. Nel novembre 2019, però, la seconda acqua alta più elevata (187 cm sul livello del medio mare) della storia dacché si misurano nella Laguna di Venezia, ci ha ricordato che le coste sono ovviamente  anch'esse fortemente esposte a tali fenomeni, se non di più. In particolare i fenomeni globali di eustatismo - innalzamento del livello del mare a causa dei fenomeni connessi col riscaldamento globale - in queste zone hanno i loro effetti più significativi. Nel caso dell'alto Adriatico e particolarmente della Laguna di Venezia e zona del Delta del Po' a tale fenomeno globale se ne assomma un secondo prettamente locale, causato da fenomeni naturali e, in taluni casi, antropici, ossia la subsidenza, ovvero lo l'abbassamento del piano campagna rispetto al livello del mare. Ciò è dovuto ai naturali processi di compattazione che subiscono i sedimenti nei processi di litificazione (vulgo: trasformazione in roccia), ai processi di degradazione della sostanza organica presente, o a fenomeni di emungimento delle acque sotterranee (per esempio negli anni '70 nella zona di Porto Marghera l'estrazione per usi industriali ha provocato abbassamenti pluricentimetrici, di uno o due ordini di grandezza superiori a quelli naturali), in particolare questa attività comporta, col prelievo delle acque di falda, la riduzione della pressione neutrale, ossia la pressione esercitata dall'acqua nel terreno che è contraria alla pressione gravitativa (cioè quella derivante dal peso dei sedimenti soprastanti) e questo provoca il cedimento dei terreni, per compattazione dei vuoti lasciati dall'acqua emunta. Vi è poi un'interazione tipica delle zone costiere con interconnessione dei terreni marini e quelli continentali, come nel caso della costa veneta-romagnola, tra acque marine, che tendono a infiltrarsi "sotto" le acque di falda costiere (essendo salate sono più dense), tanto più verso terra maggiore è il livello eustatico: è il cosidetto cuneo salino, che oltre a provocare fenomeni di allagamento "da sotto" per l'innalzamento della superficie di falda, danneggiare le colture - quelle con radici più lunghe si "bruciano" al contatto con le acque salmastre - provoca anche fenomeni di "decarbonatazione delle argille" che sostanzialmente si decompongono per interazione chimica tra gli ioni presenti nelle acque marine e i propri composti carbonatici, ciò genera una riduzione di spessore che amplifica i fenomeni di subsidenza. E' un complesso intreccio di fenomeni globali e locali. E' da dire poi che l'abbassamento della linea di costa provoca difficoltà nello scarico dei corsi d'acqua e questo genera problemi idraulici nell'immediato entro terra e progressivamente sempre più verso monte. Nel caso specifico della città di Venezia la questione è resa anche più complessa dalle dinamiche legate alle attività di preservazione della città. Tosi, Teatini e Strozzi già nel 2013  in uno studio su Nature Communicatiosn rilevavamo le implementazioni locali di fenomeni subsidenti annessi alle manutenzioni delle fondazioni dei palazzi storici o dello scavo dei rii.
L'aspetto più critico di questa molteplicità di fattori problematici che rischiano di influenzare pesantemente la vita  delle comunità insediate nel territorio della gronda lagunare di Venezia, e più in generale dell'alto Adriatico nei prossimi decenni, è che appare non vi sia affatto adeguata coscienza di ciò, non solo nelle popolazioni, ma nemmeno nelle Istituzioni. Eppure la comunità scientifica ormai sempre più pressantemente lancia allarmi, diffonde dati, propone soluzioni.
"Le Scienze" di Marzo dedicava la copertina a Venezia con l'eloquente titolo "Venezia Affonda" in quel numero si riportava un articolo di Anzidei, Vecchia e Florindo, ricercatori INGV, che riassumevano i vari risultati del progetto SAVEMEDCOASTS, progetto di ricerca circa i rischi di ingressione marina nelle piane costiere mediterranee. Nell'articolo si riportava che su 163 piane costiere, ossia aree che arrivano al massimo entro i 2 metri sul livello medio mare, per la combinazione dei vari fattori ricordati, praticamente nessuna esisterà fra 80 anni, stanti gli attuali trend climatici, l'area più ampia e con il maggior numero di abitanti coinvolti, manco a dirlo, è la costa altoadriatica. Le proiezioni dei vari modelli ci danno come probabile un incremento eustatico di  circa 80 cm da qui al 2100 - pur con un incertezza di 25 cm - che però potrebbe diventare di oltre 2 metri, nello scenario peggiore di mutamento climatico posto dall'IPCC. A questo si aggiunge il tasso di subsidenza, mediamente di circa 3mm l'anno per la Laguna di Venezia, ma anche di 8mm in talune aree del Delta del Po'. I medesimi autori dell'articolo delle Scienze, in uno studio più articolato del 2019, pubblicato sulla rivista WATER, evidenziavano appunto come la subsidenza sia un fattore locale che probabilmente comporterà l'anticipo anche di qualche decennio degli effetti che l'IPCC prevede, a seguito del cambiamento climatico, per le varie aree costiere e per questo sollecitavano nelle conclusioni del loro studio, i decisori istituzionali a maggior solerzia nell'adottare misure di contenimento degli effetti.
La cosa che, relativamente alle possibilità di scenario, rende ancora più preoccupante la situazione è che mano a mano si perfezionano i modelli matematici e sopratutto gli strumenti di rilevamento, appare sempre più probabile che i livelli di innalzamento eustatico siano sottostimati e non di millimetri, ma di metri. Uno studio del 2019 pubblicato su Nature Communications, mostra che nuovi rilievi della NASA danno un errore, per difetto, alle stime fatte con gli attuali dati di rilevamento di circa due metri. Ossia gli scenari futuri di incremento eustatico sono errati di circa due metri. In termini di popolazione significa che da qui al 2100, nello scenario IPCC più ottimistico, 190 milioni di persone si troveranno in aree costiere che verranno sommerse o semi sommerse, con un incremento di 80 milioni rispetto alle stime attuali. Ma ciò che spaventa è il dato rispetto allo scenario IPCC più pessimista (ossia quello in cui non facciamo un tubo e la temperatura globale cresca di altri 2 gradi almeno), in quel caso sono  630 milioni le persone coinvolte, con circa già 340 milioni interessate nel 2050, a fronte delle 250 milioni odierne, risiedenti in area a cira un metro sul livello del medio mare (sono circa un miliardo gli abitanti attuali che risiedono in aree entro i 10 metri sul medio mare e saranno tutti coinvolti dai fenomeni di innalzamento eustatico o direttamente o indirettamente per i problemi idraulici che si instaureranno nell'entroterra). Questo ci impone di rafforzare lo studio e l'investimento in tecnologie di rilievo e elaborazione dati.
Tornando alla zona perilagunare, va detto che non siamo all'anno zero, pur tra tante difficoltà. Il monitoraggio della fascia costiera - che ricordiamo nel caso Veneto è pure una delle zone con gli indici di consumo di suolo tra i peggiori d'Italia - è in atto, e proprio per la complessa combinazione di fattori globali e locali si è adottato un approccio di suddivisione delle zone litorali in sub unità di estensione contenuta, separando intanto le zone litorali urbanizzate da quelle (poche) non urbanizzate, e, poi, rilevando puntualmente le zone soggette a erosione e quelle ad accrescimento per via delle dinamiche delle correnti marine, al fine di pianificare in modo puntuale interventi di difesa e rispascimento, uno studio del 2018 pubblicato sempre su WATER, illustra bene la metodica, evidenziando come  siano attualmente strutturati i processi di erosione costiera nel litorale veneto. Il litorale è stato suddiviso in 20 unità funzionali, legate alle rispettive fonti di deposito sedimenti, per lo più corsi d'acqua, si sono analizzate le dinamiche erosive e alla luce di queste implementate eventuali soluzioni di difesa. Lo strumento è buono, ma va continuamente aggiustato in ragione dell'evoluzione dello scenario globale, tenuto conto che la difesa delle coste diventa attività sempre più complessa e onerosa.
Concludendo questo escursus, ricordiamo che prima della fine dell'ultima glaciazione(10mila anni fa circa) il livello del mare era 120 metri più basso di oggi, la costa era ad Ancona. Ma in precedenza, il livello è stato anche di 120 metri più alto (ai poli non vi erano calotte), questo a ricordare le dimensioni che il fenomeno eustatico può avere e la rapidirà in cui si manifesta. Orbene, se è vero che per i fenomeni globali servono soluzioni globali, è pur vero che le specificità locali richiedono strategie mirate sulle peculiarità dell'ambiente di riferimento. E in ogni caso gli scenari che di si parano davanti nel breve, se non brevissimo termine richiedono decisioni drastiche al fine di tutelare la sicurezza degli abitanti e dei territori perilagunari e costieri dell'alto Adriatico. Non penso sia troppo lontano il momento in cui dovremo operare una significativa trasformazione della Laguna e quindi delle attività in essa presenti, redendola più simile a un lago costiero, isolandola in modo piuttosto deciso dal mare.

domenica 13 ottobre 2019

Dialoghi sull'Ambiente Veneto - comunicazione finale

Si è conclusa venerdì 11 la serie di due serate promossa da Acque Lagunari, a Codevigo, dei Dialoghi sull'Ambiente Veneto. Abbiamo concentrato i nostri approfondimenti prevalentemente sulla questione acque. Buon dibattito con la platea, segno del vivo interesse degli intervenuti per gli argomenti esposti e della capacità di comunicazione dei relatori che hanno aderito all'iniziativa.  Ringraziamo i geologi Piero Morettin e Alberto Dacome che sono intervenuti rispettivamente alla serata sui PFAS e sul rischio idraulico. Scopo dell'iniziativa era informare in modo efficace il pubblico sulle situazioni di rischio del nostro territorio e sulle vie da percorrere per affrontare tali situazioni. Non si voleva "tranquillizzare", ma nemmeno "allarmare", ma destare un sano livello di attenzione e preoccupazione per fenomeni che ci riguardano individualmente, sopratutto in prospettiva di scenario. Relativamente al problema PFAS la conformazione geologica del nostro territorio e il combinato disposto delle pratiche di gestione delle acque sotterranee rende evidente che la questione è seria e investirà i prossimi anni. Sono necessarie misure tecniche di preservazione della risorsa idropotabile, ma anche un cambio di paradigma nella gestione delle acque. L'uso di acqua potabile per lo scarico dei sanitari o il riscaldamento non è più un elemento alla lunga sostenibile. Oltre al tema normativo, che deve affrontare in modo organico e coerente la problematica si pone il tema di come sostenere tecnologicamente l'eliminazione dei PFAS dall'ambiente, vista la loro persistenza, una volta che si sia riusciti a evitarne la dispersione. Non è, infatti, credibile la loro eliminazione in tempi brevi dalla pletora di prodotti in cui trovano uso. Attualmente le tecniche di rimozione si basano tutti su processi che alla fine portano, sotto varie forme al loro stoccaggio nelle discariche, il che vuol dire solo nascondere il problema, oltre che rendere ancora più complessa, delicata e onerosa la gestione delle discariche sia in fase di vita che post mortem. Esistono tecnologie per una effettiva degradazione dei PFAS tramite processi termici, ma attualmente non esiste impiantistica adeguata, non solo in Italia, ma nemmeno a livello europeo. Ricordiamo che il tema PFAS non è solo Veneto, abbiamo problemi ad oggi noti anche in Piemonte e Lombardia, negli USA la questione si affronta da 15 anni almeno e anche in Europa ormai il tema è d'attualità. Ma con l'attuale cultura ambientale italiana è impensabile che qualcuno pensi di investire, pubblico o privato (men che meno) nella realizzazione di un impianto di trattamento di questo tipo.
Sulla questione del rischio idraulico dopo aver esaminato la situazione della pianura veneta, in particolare della bassa pianura, si sono sfatati alcuni falsi miti sul dissesto idrogeologico e sul concetto di ambiente naturale. I corsi d'acqua della pianura veneta sono profondamente artificializzati da secoli di interventi e ultimamente negli ultimi decenni con la pesante trasformazione operata sul territorio. Questo significa che siamo responsabili della loro gestione e funzionamento. Questo significa dover mettere mano a risorse pubbliche e private per il mantenimento e ripristino della rete idrografica minore. Vuol dire dover utilizzare con attenzione e con urgenza strumenti come i Piani delle Acque e i Piani di Protezione Civile che le amministrazioni locali devono avere. E significa anche iniziare a mettere in campo davvero le potenzialità dei Piani di Assetto del Territorio per poter decongestionare il tessuto urbanizzato e riqualificarlo. Significa dover fare scelte ponderate e anche delle rinunce. Ecco perché serve una cultura dell'ambiente che sia concreta, pragmatica, basata su dati tecnici chiari e affidabili, non si può andare avanti per slogan, per enunciati e velleitarismi. Altrimenti gli scenari dei prossimi decenni saranno davvero preoccupanti.
Questa è stata la versione 0 dei Dialoghi sull'Ambiente Veneto. L'idea è che diventi un momento di confronto periodico da proporre nei territori della medio-bassa pianura, in particolare nella gronda lagunare, per questo invitiamo i cittadini e le associazioni interessate a darci il loro supporto. Intando ringraziamo per la collaborazione e il sostegno gli Amici della Terra, associazione ambientalista nazionale, di coi condividiamo molti degli intenti e lo spirito con cui intende la questione ambientale e FattoreH network nazionale di esperti del territorio e del rischio idraulico, di cui condividiamo i proponimenti di diffondere nei cittadini e nelle istituzioni la consapevolezza della tematica del dissesto idrogeologico e dell'urgenza di affrontarla.

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